TRA LUCI ED OMBRE: LA SFIDA POPULISTA

di Gianluca Giosafath Nocerino

 

Da un lato i populisti, dall’altro i loro oppositori – i primi, che hanno ormai pienamente riconosciuto tale definizione, ne fanno una bandiera: dopo anni di difficoltà finanziarie e politiche, sono loro ad essere tornati ad ascoltare il popolo;
i secondi, che stentano a fronteggiarli, paventano il rischio di una deriva autoritaria: le proposte demagogiche rischiano di mettere in pericolo le moderne democrazie liberali.

Il termine populismo ha una lunga storia: nel panorama politico internazionale ha assunto una nuova centralità a seguito della grande recessione economica del 2007. Nel tentativo di comprendere i motivi del suo successo, molti esperti e studiosi si sono confrontati col tema. Lucida e interessante è l’analisi condotta da Ernesto Laclau nel libro “La ragione populista”, di cui questa breve riflessione si servirà.

Nel 2017 un articolo comparso sul New York Times classificava come populisti formazioni politiche di estrazione culturale estremamente diversa: dal Movimento 5 stelle a Syriza in Grecia, dal Fronte Nazionale in Francia al Partito dell’Indipendenza nel Regno Unito.
Una definizione di populismo come movimento politico che riesca a contenere esperienze così eterogenee sembra di fatto impraticabile; di qui nasce lo spunto di Laclau:

il populismo non è né di destra né di sinistra, indica invece una logica di fondo, una metodologia adottata da diversi attori politici per costruire un nuovo fronte popolare.     

A offrire un’occasione feconda sono i momenti di rottura del corpo sociale: a causa di difficoltà varie, un dato sistema istituzionale, coi suoi organismi, non riesce a soddisfare le richieste che provengono dai cittadini.
Le domande avanzate si trasformano dunque in reclami, che nelle loro differenze vengono inizialmente accomunate da una condivisa insoddisfazione verso un potere sordo alle loro istanze.

Il punto di svolta si ha quando l’iniziativa di un partito o di un movimento riesca a intercettare il malumore diffuso e a costruire un fronte compatto contro un nemico dichiarato, che può essere rappresentato dalle istituzioni o dalle persone che momentaneamente le occupano. Per fare ciò, è necessario condensare le richieste dei cittadini in un simbolo o in uno slogan che riesca, nella sua ambiguità e vaghezza, a intercettare il maggiore consenso possibile.

Un esempio può qui venire in soccorso: in Italia, la Lega di Salvini è riuscita a ottenere un grande successo grazie allo slogan “Prima gli italiani”, che assorbe sia le richieste di una certa fetta di popolazione insofferente all’immigrazione incontrollata, sia quelle provenienti dal ceto medio produttivo del paese, soffocato dalle politiche di austerità dettate dall’Europa.
Proprio le istituzioni comunitarie sono state il bersaglio della propaganda leghista, che ad oggi ha ottenuto il suo più grande successo alle elezioni europee di Maggio.
Le vicende però non sono sempre così lineari: la vaghezza dei simboli, punto di forza, è anche il punto debole dell’esperienze populiste, che inevitabilmente saranno costrette a sacrificare alcune istanze a favore di altre.
Anche qui la politica italiana ci offre un aiuto: alla prova di governo il M5S è stato costretto a sacrificare alcune battaglie identitarie, come il gasdotto TAP in Puglia o il TAV tra Torino e Lione.

La costruzione di un fronte, l’inevitabile polarizzazione dello spettro politico può avere sorti alterne.
Un ruolo centrale è sicuramente ricoperto dall’informazione e dalle strategie comunicative. In una stagione politica che non conosce spazi in cui parlare di politica, come le vecchie sedi di partito che sono sconosciute alle nuove generazioni, e che ha scoperto la forza di internet, che sempre più scavalca la televisione, i social network offrono canali diretti di contatto col proprio elettorato, e strumenti di valutazione del proprio successo e del proprio consenso.
In Italia è indubbiamente la Lega a essersi servita di questa possibilità, in modi anche assai discutibili, che possono essere paragonati solo a quelli adattati da Trump nell’elezioni americane del 2016.

Laclau prospetta un conclusione estrema: al tramonto delle grandi ideologie del Novecento,

il populismo è la vera dimensione in cui la politica dovrà confrontarsi.

La fase di capitalismo globalizzato in atto non permette una costruzione ideologica con valori solidi e duraturi: tutto cambia in maniera repentina, e l’atteggiamento di fideistico slancio nei confronti dei grandi partiti di massa è in declino. La necessità di una continua metamorfosi è quindi alla base delle recenti esperienze politiche: il rischio è una mancanza di coerenza e lungimiranza che apre le porte a imbarazzanti teatrini e a ridicoli trasformismi. Tutto ciò allontana sempre di più le persone dalla politica, e alle elezioni il vero nemico che avanza è un inarrestabile astensionismo.

By | 2019-09-06T21:26:41+00:00 settembre 6th, 2019|Cultura e Eventi|0 Comments

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