COMUNICO…ERGO SUM?

Protetti da piattaforme che determinano latitanti sicurezze, tra mura di case che fatichiamo a lasciare, diventiamo adulti sempre più tardi. I confini dell’adolescenza si sono offuscati, lasciandola sempre più libera di consolidarsi senza resistenza.

Non sarà che una parte di tale ritardo dipenda dai diversi modi di comunicare e di relazionarci agli altri?

Ho sempre pensato fosse molto difficile gestire due vite parallele. E oggi, con la vita “reale” e la vita “social”, si rischia anche di entrare in confusione sul “ruolo sociale tipico” che vogliamo assumere.

Ognuno di noi decide chi essere, ma perché spesso questo ruolo non coincide in entrambe le vite (ammesso che Pirandello abbia sbagliato tutto e che noi abbiamo un’identità!) ?

Purtroppo per i timidi, la vita reale non ha filtri: se devi parlare con la persona che ami, forse che non ti agiti, diventi rosso e ti emozioni? È davvero giusto sostituire un rossore in viso con un’emoticon?

Sulle piattaforme tutti hanno una “voce”. Adesso come adesso anche le battute sono programmate, e diventano spassosi anche coloro a cui quella battuta, nel qui e ora del faccia a faccia, non sarebbe venuta in mente. In fondo, la rete dà la possibilità un po’ a tutti, anche a quelli a scoppio ritardato. D’altro canto, però, chi in un gruppo per timidezza non avrebbe mai alzato la mano, potrebbe offrirci una riflessione intelligente senza guance rosse.

Il significato della comunicazione cambia e si evolve con molta velocità, ma ricordiamo da dove è nata questa parola. Il verbo comunicare deriva dal latino cum” ossia con, e “munire ovvero legarecostruire; e dal latino “communico” che significa mettere in comune, rendere partecipe. Su questo piano le piattaforme sociali ci offrono ampia possibilità!

Esistono, poi, principalmente tre tipi di comunicazione: una verbale, che nei social è sostituita dal testo scritto (cosa voglio comunicare), una paraverbale, che include il tono di voce, il ritmo (e quindi come voglio comunicare) che oggigiorno è rimpiazzata da un’immagine o da una canzone, e quella non-verbale, dove intendiamo i gesti, la postura e tutto ciò che ci rende umani di fronte a un interlocutore. Nel mondo “sociale”, sia la comunicazione paraverbale sia quella non verbale sono difficilissime se non quasi impossibili da osservare. E se consideriamo che queste due costituiscono quasi il 70% dell’intera comunicazione, provate a immaginare quanto si va a perdere.

Paul Watzlawick, psicologo appartenente alla scuola di Palo Alto in California, ci ha lasciato una bella eredità. Ha formulato verso la fine degli anni ’60 ben cinque assiomi della comunicazione e ha descritto il primo con le testuali parole: “Non si può non comunicare”. Questo assioma, oltre a essere il primo, è quello che ci impone una riflessione maggiormente introspettiva.

Ci dice che comunichiamo sempre e, anche quando decidiamo di starcene in silenzio, stiamo comunicando di non voler comunicare.

Quello che Freud ci ha detto con la citazione “Chi tace con le labbra, chiacchiera con la punta delle dita” è un aspetto molto importante che purtroppo nelle odierne reti sociali si disperde.

E se non comunichi in questo mondo, non viene visto sempre come un messaggio alternativo: piuttosto diventi A-social. Anche il condividere, che etimologicamente dovrebbe “includere” l’altro, spesso però rimane un processo individualista.

Per avere le idee un po’ più chiare sull’in-voluzione della comunicazione, basterebbe fare qualche salto indietro nel tempo, e neanche tanto.

I nostri bisnonni e i nostri nonni spedivano le lettere, aspettando giorni per ricevere una risposta; i nostri genitori comunicavano a voce o a telefono, riducendo tempi e distanze  rispetto al passato. Noi siamo la prima generazione dove tale processo sembra ribaltarsi, tempi e distanze si dilatano nuovamente. Mandiamo i messaggi vocali, li ascoltiamo quando possiamo, perché sembrano meno “urgenti” di una telefonata. Il ricevente, allo stesso modo, non sempre trasforma il verde in blu con prontezza, per cui una conversazione di cinque minuti a volte dura un giorno intero. Rispecchiamo di gran lunga la società di oggi: più veloci e meno pazienti, più comodi e meno accomodanti, parliamo quanto vogliamo ma rispondiamo quando ci pare.

Quanto la sicurezza in se stessi al giorno d’oggi dipende dai social? Per gli insicuri, farsi largo in una piazza dove spesso vincono bellezza e ovvietà, è dura. In rete si insinua una lotta tra chi afferma la propria idea e chi deve contraddirla, e la difficoltà sta nell’impossibilità a lungo termine, per chiunque, di distinguersi davvero, finendo in ogni caso “ammassato” nella folla. Il conformismo e l’anticonformismo sui social cominciano con un braccio di ferro ma finiscono con il battersi il cinque. Il pubblico agisce tramite canzoni ricercate, commenti perspicaci o fotografie ritoccate, o semplicemente comunica tramite un linguaggio semplice e condivisioni da applauso nazional-popolare. Perché, in quella vetrina, più like abbiamo più ci sentiamo sicuri.

Ben venga la piazza sociale se ci infonde un pizzico di coraggio che in quella reale ci manca!

Sarebbe opportuno, però, trarne insegnamento: perché se nella prima posso riuscirci, nella seconda non potrei?

Nella resa alle piattaforme, dovremmo provare a integrare il “chi sono io” delle due vite parallele. Decidere di essere chi si decide di essere anche quando i filtri non ci sono, perché in caso contrario dapprima non permetteremmo agli altri di conoscerci REAL-mente, e cosa peggiore potremmo rischiare di non RI-conoscerci più.

Di GRAZIA STROCCHIA

By | 2018-02-22T08:45:28+00:00 febbraio 22nd, 2018|Cultura e Eventi|0 Comments

Leave A Comment