“Faccio il rap ma non sono un rapper” – intervista ad Ugo Crepa

Di Antonio Porcelli

 

Accendo il registratore mentre Ugo mi prepara il caffè

 

  • Quando è nata la tua passione per la musica e qual è stato il tuo primo disco rap?

    Ho sempre provato a “suonicchiare cose” nella vita. Batteria e chitarra ma senza applicazione. Nel contempo scribacchiavo frasi. Mi uscivano parole e concetti che mi hanno fatto capire che avevo l’esigenza di esprimermi in qualche modo ed ho compreso che il rap era il modo più diretto di farmi ascoltare. In quarto ginnasio credo di aver scritto le prime cose in rima.
    Il mio primo disco rap è stato dei Jazz Liberatorz. Me lo fece sentire mio padre in maniera casuale ma le mie influenze affondavano, già allora, nel cantautorato italiano.
  • Ti ricordi la tua prima esibizione in pubblico?A Scisciano, in un locale che aveva un seminterrato illegale, era il 2013. Non è un ricordo limpidissimo in quanto non eravamo troppo lucidi e la presi in modo molto più leggero.
  • Come nasce una canzone?

    Di solito, quando faccio musica, il tutto è sempre istintivo e poco schematico. Lo dimostrano i miei brani, molto diversi fra di loro e questa per me è una pecca perché ho sempre l’impressione di non riuscire ad orientare le mie “uscite”.
  • Non è un male essere ancora alla ricerca di una definitiva identità musicale. Forse questo atteggiamento proviene dal fatto che non hai ancora pensato di fare un album?Si, forse. In fondo lo scopo della mia vita è fare un disco. Mi ritrovo a 23 anni senza un’opera completa e sto male (mi dice in maniera sarcastica). Il mio mantra sarà la continuità. Uscirò ogni due mesi con un brano. Io devo vincere! Sento di non aver detto ancora nulla, ho bisogno di parlare e di imparare a farlo nella sua pienezza. Io ho cose scritte tre anni fa che devo riprendere assolutamente perché rappresentano questioni aperte con me stesso.
  • Tutto si riconduce a questo desiderio di sistematicità, di struttura e quindi di applicazione. Stai Studiando?Sì, studio per diventare tecnico del suono al conservatorio di Benevento. Lo faccio per completarmi. Ho odiato andare in studio per registrare e non sapere cosa sia una traccia, un riverbero, un effetto. In realtà però lo faccio anche per crearmi un’ alternativa che mi permetta nell’eventualità di lavorare comunque con la musica ,nel caso non riesca a camparci cantando.
  • Riusciresti a descriverci la tua musica?Io scrivo sempre su qualcuno e su qualcosa. Mi piace ascoltare le persone. Parlo di me o attraverso gli altri o descrivendo situazioni che mi rimangono particolarmente impresse.
    Però è senza dubbio molto personale come stesura.
  • Questo mi sembra uno spunto interessante. Sono sempre gli altri che ci raccontano “chi siamo”. L’uomo ha per natura la socialità, sia come conflitto, sia come amore.
    A proposito dell’amore.
    Mi sono soffermato diverse volte, in vista di questa chiacchierata, sulla concezione sentimentale che si evince dai tuoi brani; in particolare ascoltando
    “La metà di un minuto”.

    Viene toccata, a mio avviso, la visione nostalgica di chi chiude con gli amori adolescenziali. Cosa hai pensato quando hai scritto quel pezzo? 

    Nulla, assolutamente nulla. “La metà di un minuto è una lettera d’addio”.È  stato il miglior pezzo che abbia scritto e mi è uscito così mente ero a casa di Fulvio. Lui suonava un giro ed io ci strutturavo il pezzo. In due ore l’abbiamo “messa al mondo”. Questa canzone è dedicata ad una donna, che ne è a conoscenza, e completa il concetto di amore espresso precedentemente nell’altro mio brano “Trenta secondi”. 

  • Pensi che con Fulvio, Alessandro e Lorenzo possa nascere qualcosa di duraturo? 

    La mia squadra avrà sicuramente un rapporto duraturo. Siamo già a lavoro per il prossimo pezzo. Fulvio e Alessandro si occupano della musica e Lorenzo dei video. 

  • Ugo, nonostante la giovane “carriera”, hai già collezionato qualche esperienza musicale importante. Ci racconti qualche aneddoto a partire proprio dall’ultima uscita: Il Farcisentire Festival? 

    Io sono stato onoratissimo di parteciparvi. Il festival è considerato tra i massimi momenti indie d’Italia. E’ stata una bellissima esperienza ma mi aspettavo di più (e chiosa sull’argomento) ma la cosa figa è che per la prima volta ho suonato dal vivo, con i musicisti che avevo deciso, davanti ad un pubblico che era venuto per me e cantava i miei pezzi.
    Questa è stata la risposta che mi ha maggiormente gratificato.

  • Ti senti un rapper?
    Io faccio il rap ma non sono un rapper!
    Il mio sogno da bambino era fare il rapper ma me l’hanno fatto schifare (dice con fare dispiaciuto). Io non avevo nemmeno il mito americano, il mio sogno era fare il rap italiano perché da bambino mi piacevano i rapper italiani. 
  • Ti ascolto con attenzione, ci sono molte sonorità hip-pop nelle tue canzoni. Spesso si percepiscono influenze funky. A differenza di alcuni tuoi colleghi, sentendo, non si ha l’impressione di stare al cospetto di quei toni “rapidi e spigolosi” che caratterizzano le strofe rap. La tua musica è sempre cantata.
    Ci spieghi perché?
     

    Si, è vero Antò, mi sento molto più Hip-pop che rap.
    Per quanto riguarda il “cantato”, ti dico che è stato un processo lungo. Io ho iniziato “rappando” in modo serrato, senza un filo di gestione della voce e leccando a più take. Un giorno stavo in studio con dei ragazzi di Marigliano e scrissi una strofa che letteralmente “suonava male” . Stefano,all’epoca mio tecnico del suono, mi consigliò di “parlare” la strofa, quasi sussurrarla e in questo esperimento mi resi conto di avere una timbrica “bassosa” e piena.
    Mi piacque molto. La stessa strofa aveva assunto una forza diversa.
     

  • Sono contento di quello che dici. Io credo che diversi rapper siano stonati, abbiano problemi di respirazione, e non studino la musica, non essendo sempre capaci di “portare il tempo” sui loro pezzi. Forse da musicista sono un po’ tradizionale sotto questo aspetto ma non riesco a vederla diversamente.
    La creatività è nulla senza tecnica e di geni ne nasce uno ogni cent’anni.
     

    La metà dei rapper non sa cantare (mi interrompe Ugo). 

  • Le tue influenze invece mi sembrano diverse. Si sente che ascolti musica e che lo fai indipendentemente dal bisogno di scrivere un pezzo. Una volta, un mio amico rapper mi chiese quale ascolto dovesse fare per scrivere un pezzo “impegnato socialmente”. Non ebbi esitazione e gli mandai l’intero album di De Andrè “Storia di un impiegato”. Io so che nella tua musica c’è l’ascolto dei nostri cantautori.
    Quale tra questi è stato il tuo punto di riferimento?
     

    Potrei dirti De Andrè, ma sarebbe scontato. Fabrizio mi è stato inculcato da mio padre fin da bambino. Il cantautorato italiano mi è stato tutto d’aiuto. Ce n’è uno che su tutti mi ha dato spinta ed emozioni, è Fabio Concato (resto davvero colpito).
    Concato mi ha colpito per la sua originalissima timbrica
    e per i temi principali del suo percorso artistico:

    l’amore ed il viaggio (insieme ci mettiamo a canticchiare “Guido Piano” e “Gigi”).Gli faccio una domanda insidiosa

  • Qual è il pezzo che avresti voluto scrivere?

    Boom! Mamma mia! (si accende una sigaretta e prende tempo).“Voglio o mare” di Pino Daniele (mi risponde di colpo).
    Per me le canzoni devono avere un’iconografia sostanziale. Devono raccontare la vita attraverso le immagini. Scrivere musica significa questo. Mi piace un sacco Dutch Nazari proprio perché ha una capacità di raccontare immagini in maniera semplice.
    (riflette un altro po’)
    …qual è il pezzo che avrei voluto scrivere?
    “Nostalgia istantanea” di Dargen D’Amico… 18 minuti di pezzo. Vorrei avere quella libertà.
  • Con chi invece avresti voluto fare un duetto?

    Ci pensavo in questi giorni. Se dovessi fare un pezzo pop ti direi Alicia Keys.
    Mi piacerebbe invece che Norah Jones facesse il ritornello in una mia canzone (ride). 
  • Qual è la tua frase migliore?

    Non so, alla fine non sempre le mie frasi mi soddisfano. 
  • E allora ti chiedo: qual è la frase in cui Ugo Crepa è più presente?

    “È un paradosso in primavera vestirsi pesante”. La cosa più pop che ho scritto nella mia vita, è stato un paradosso stesso scriverla. Ero in Belgio, c’erano 23° ed avevo il Napapijri. 
  • Ugo cosa pensi della società di oggi?

    Sono molto contento che tu mi abbia fatto questa domanda.
    Penso che ci siamo totalmente “rincoglioniti”. Appena siamo riusciti a scappare da alcuni valori di un tempo non li abbiamo superati ma li abbiamo ribaltati.
    C’è una linea sottile tra la ribellione e la stupidità ma io sento che oggi si respira un’area diversa. Siamo disorientati, non riusciamo a capire in che direzione vada il Mondo e forse questo è scontato ma ecco, la mia generazione è totalmente senza linee guida.
    Anche in politica c’è una rapidità nel cambiamento che è spaventosa. 
  • La mia posizione va in direzione di un efferato trasformismo antropologico. Non pensi che noi non abbiamo altro che un’identità multiforme? Mi interessa molto il rapporto tra questo metamorfismo e la vita virtuale proveniente dai social network. Tu che ne pensi? 

    Ci gioco con i social ma ti dico che per causa di internet noi arriveremo a non esistere più.
    C’è chi guadagna milioni di euro con i crediti online ma questo non è che mi spaventa, rende chiaro il quadro della situazione. Ci stanno mangiando. Penso alle operazioni di marketing. Prima Facebook non aveva sponsorizzazioni, oggi invece devi studiare l’algoritmo e valutare bene come spendere i tuoi soldi. Questo è l’aspetto che maggiormente detesto della musica ma oggi mettere il video di Salmo su Porn-Hub è fare musica. I social rispondo ad una richiesta di consumo da parte degli utenti che non sono mai soddisfatti.
    Fortunatamente, la musica può rompere anche le barriere di tutto questo.
     

  • Ti chiedo parere su qualche personaggio che passa in radio:
    Achille Lauro?

    Non mi è piaciuto l’ultimo disco ma Achille Lauro sa fare molto bene il suo mestiere.
    Gioca molto a fare la rock star ma è uno che ha sempre sperimentato, troverà presto la giusta dimensione nella musica italiana.
     
  • Ghemon?

    Sfondi una porta aperta. Ghemon è uno dei migliori che abbiamo in Italia, lui è un fuoriclasse.
    Lo seguo da molto, avrò visto cinque liv
    e!
  • Luchè?

    Non mi piace, nemmeno il suo ultimo disco, non rientra nei miei gusti. 
  • Il “fenomeno” Liberato?

    Grande operazione di marketing. Lo reggono molti cliché napoletani: “ oi Marì,Capri etc etc”.
    Ho ascoltato molto tardi il suo disco e l’ho trovato ridondante. C’è una grande produzione musicale alle spalle ma le sonorità sono troppo simili.
    Non mi piace neanche il rapporto tra il napoletano e l’inglese
    .
  • Chi è il cantante italiano di nuova generazione di cui non potresti fare a meno?Se parliamo di rap, ti dico Johnny Marsiglia
    un rapper siciliano che sono sicuro presto avrà successo.
     
  • Con chi ti piacerebbe suonare tra i musicisti mariglianesi?Metterei sicuramente sul palco con me Luca Notaro che è davvero una bella persona ed un bravo musicista. Suonerei con Fulvio con cui già suono.
By | 2019-08-24T11:11:29+00:00 agosto 23rd, 2019|Accade in città, Storie|0 Comments

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