IL NEMICO INVISIBILE

Di Grazia Strocchia


Foto di: Chiara Ranieri

Nessuno è pronto all’inaspettato. Così come in tutte le emergenze, non ci sono libretti di istruzione.

Oltre a essere una situazione di crisi sanitaria ed economica, siamo indubbiamente di fronte a una sperimentazione socio-psichica, per certi versi, irripetibile.

Già a partire dalle prime due settimane di isolamento sociale, si registrano cambiamenti d’umore, nervosismi, intolleranza e, a volte e finanche, aggressività.

Gli eventi critici, così improvvisi e inaspettati, travolgono la nostra sensazione di controllo, in quanto comportano la percezione di un’inevitabile minaccia. Sebbene il termine “trauma” venga considerato, spesso, lontano da noi e oltre la possibilità che sfiori o colpisca “proprio noi”, oggi siamo consapevoli di viverlo.

Ebbene, esistono varie fasi di un trauma: la fase dell’allarme, laddove la situazione esplode e pertanto avvertiamo il pericolo o la minaccia, la fase dello shock, durante la quale ci sentiamo mentalmente più confusi, in quanto la nostra strutturata e controllata ordinarietà viene temporaneamente disorganizzata. Seguono la fase dell’impatto emotivo, che registra l’epifania delle emozioni e la fase della riorganizzazione, in cui i nostri modelli mentali si ristabiliscono partendo dalla consapevolezza della condizione: in questa quarta fase risultano fondamentali le strategie di coping personale, dato che ognuno di noi ha la propria risposta-tipo che va colta e messa in atto in forma funzionale.
Ultima, la fase dell’
accettazione/risoluzione, alla quale ci stiamo, con molta gradualità, avvicinando.

Comune è la sensazione di impotenza, associata alla consapevolezza di non poter controllare quello che succede intorno a noi. Questo senso di impotenza ci porta alcune volte, per il processo di significazione, a dover dare la colpa a qualcuno (“giudizio verso gli untori”, “odio nei confronti di qualsiasi persona esca”, “ipotesi complottista di un virus come arma biologica”). C’è qualcosa, però, che possiamo controllare: le nostre azioni, e di conseguenza, il rispetto delle indicazioni che le autorità competenti forniscono.

A questo proposito, sembra utile operare una differenza importante tra rischio e pericolosità:
il pericolo è
l’evento calamitoso, in questo caso il contagio. Il rischio è rappresentato dalle sue conseguenze, cioè dal danno che si può attendere.

Non possiamo controllare il pericolo, ma possiamo controllare le sue conseguenze. Da cosa è dato il rischio? Dalla pericolosità, dalla vulnerabilità e dall’esposizione. Quello che si chiede in questi giorni è di controllare l’unica cosa che possiamo controllare, ovvero proprio l’esposizione. Consideriamo il rapporto tra la paura e le nostre risposte come una curva a forma di gobba di cammello: sottovalutare il problema o sopravvalutarlo non è efficace e porta a risultati inadeguati.
La regola fondamentale, infatti,
sarebbe l’equilibrio tra il sentimento di paura e il rischio oggettivo.

Cosa ci sta succedendo in questi giorni?
Nelle ultime settimane, insieme al contagio del virus siamo in preda al cosiddetto
contagio della paura.

Sembra utile ribadire che essa è un’emozione reale, primaria, provocata da una situazione di pericolo, come una messa in guardia, spesso accompagnata da una reazione organica, che ci prepara alla minaccia. È comune alla specie umana e alla specie animale, ed è una reazione di difesa. Di solito, le due reazioni per eccellenza alla paura sono definite come le due F: fight (fuga) or flight (lotta), come ricordiamo dal fisiologo statunitense Cannon, il primo a parlare della reazione attacco-fuga delle specie di fronte alla paura.

Tutti abbiamo meccanismi di difesa auto-conservativi che ci aiutano a superare le difficoltà. Ne esistono di vari tipi, adattivi e disadattivi: la differenza sta nel fatto che i primi ci portano a superare il pericolo funzionalmente, i secondi no.

Dinanzi alla paura, quindi, si può fuggire (vi vengono in mente i treni pieni della notte tra il 7 e l’8 marzo?), così come si può negare (ricordiamo i nostri discorsi di tre settimane fa: “è in Cina, è un virus lontano da noi, colpisce solo una categoria di persone”?) o lottare, riservare odio combattendo con l’altro, utilizzando la rabbia come modo per contrastare un’invasione del nostro spazio personale (tutte le persone aspiranti poliziotti che, sentendosi nel giusto, urlano addosso agli altri di non uscire, chi se la prende con il governo, etc.).
Alcuni potrebbero tendere a
catastrofizzare (sono spacciato, non vedrò più i miei cari), a razionalizzare (dirsi che non c’è niente di male ad uscire per fare una semplice passeggiata o per fare attività all’aperto), intellettualizzare, quando alla razionalizzazione aggiungiamo fonti autorevoli di riferimento come dati quantitativi, a identificarsi (negli altri cittadini con un senso solidale o nel proprio capo attribuendo a quest’ultimo un valore mai dato in precedenza) o a fare ricorso alla superstizione, provando così a ridurre l’ansia e a creare un senso di controllo in un momento di incertezza sociale.
Un meccanismo di difesa lievemente più adattivo rispetto agli altri è la
sublimazione, ossia la sostituzione della paura con qualcosa di più accettato socialmente (invece di prendermela con gli altri faccio un po’ di attività fisica, dipingo, suono uno strumento).

Tutti siamo sotto stress in questo momento, anche se non tutti reagiscono allo stress nello stesso identico modo: ognuno ha propria risposta-tipo. Facciamoci compagnia, stiamo vivendo la stessa situazione: curioso che il termine pan-demia derivi dal greco e pan significhi tutto/i. Non sappiamo se capiterà mai più,nella nostra storia, la condivisione di un trauma simile.
Proviamo a prediligere la solidarietà.

La paura può diventare panico, se il pericolo di contagio viene generalizzato e lascia percepire ogni situazione come rischiosa, oppure può diventare ipocondria, intesa come tendenza a eccessiva preoccupazione e percezione di ogni sintomo corporeo come segnale inequivocabile di Coronavirus. In questi giorni qualcuno potrebbe sentirsi più agitato, sensazione causata da iper-arousal, ossia un’aumentata attivazione psicofisiologica (ad es., allerta alta a ogni nuova notizia, tachicardia quando si viene a conoscenza del primo caso positivo nella propria città, toccarsi la fronte e, percependosi leggermente caldi, si inizia a fare fatica a respirare, ecc.). Se in questo momento avvertiamo una di queste risposte, consideriamole normali reazioni, ma impegniamoci affinché non mettano radici diventando le nostre risposte. Diamoci la possibilità di essere vulnerabili, non siamo invincibili.

È possibile che ci sia una sorta di intrusività: immagini ricorrenti, memorie involontarie e intrusive dell’evento (per esempio rivedere i soccorritori che portano via in ambulanza il proprio familiare con “tute d’astronauti”, pensieri continui sulla possibilità di essere entrati in contatto con una persona potenzialmente positiva, etc.). La paura assume forme disadattive soprattutto quando non riusciamo a trovare una logica, una spiegazione razionale e una soluzione. Questa emozione aumenta perché nessuno riesce a darci una risposta certa, ci sentiamo sovraccaricati di informazioni, vere e false. Proviamo a ridurre le sovraesposizione a media e social, scegliendo solo due momenti al giorno per informarci, prediligendo fonti ufficiali.

Diversifichiamo le attività giornaliere per quanto possibile. Diamoci un limite e interrompiamo il pensiero. Parliamone, ma non parliamo solo di questo: ciò che non conosciamo diventa narrazione irrazionale e pervasiva. Oltremodo, sarebbe utile,nell’ora che precede il riposo, concedersi una tregua da informazioni e social, in modo da garantire una buona qualità del sonno, minata dal cambio di abitudini e dal pensiero costante di sottofondo. Teniamo bene a mente che quando il pensiero è fisso e intrusivo abbiamo bisogno di sospenderlo con l’azione e con la scarica fisica: se andiamo a fare la spesa, facciamolo a piedi, senza sottovalutare qualche esercizio per scaricare la tensione, così da spostare l’attenzione dal rimuginio alle sensazioni corporee.

Stare sempre a casa potrebbe, per alcuni, potrebbe non essere facile. Questa prima fase viene considerata una vera astinenza, ossia una rinuncia imposta dalle circostanze. Questo è un argomento che ha delle sfumature sociali molto interessanti e mi piacerebbe fare una riflessione. Immaginate per un attimo tutte quelle condizioni dove stare in casa è una vera e propria sofferenza: i casi di violenza domestica, le persone che soffrono di claustrofobia. Proviamo in questo modo a pesare le nostre lamentele e a concentrarci sul significato positivo che tante volte diamo al termine “casa”. Potremmo tenerci compagnia con un libro, conoscere un po’ meglio i nostri genitori, far sì che ci raccontino qualche episodio della loro infanzia, guardare un film, ascoltare la nostra musica preferita, preparare un piatto che non abbiamo mai avuto il tempo di preparare, telefonare ad un amico ma provando a non essere monotematici.

Ho letto in vari profili che vi è piaciuta molto la frase di Charles Darwin che qualcuno ha riscoperto negli ultimi giorni: Non è la specie più forte o la più intelligente a sopravvivere, ma quella che si adatta meglio al cambiamento“. Le strategie di coping sono proprio questo: una risposta di adattamento. Ognuno di noi, dentro di sé, ha una risposta di reazione a tali eventi. Scegliamo quelle positive.Di fronte a restrizioni così importanti della nostra libertà, la spinta creativa sta facendo da contraltare, generando FlashMob, Challenge, etc. La ricerca di vicinanza sembra fisiologica in un momento in cui l’aggregazione fisica è vietata. A questo proposito, sono utili le parole del filosofo Galimberti


Sarebbe interessante che i genitori, invece di annoiarsi a casa, cominciassero a fare una piccola riflessione sulla loro interiorità. Il fatto che non vadano più a lavorare, che si sia interrotto il trend di chi alzandosi la mattina sapeva come doveva impostare il giorno… fa sì che adesso si trovino in uno stato di spaesamento. Bene! Ottimo questo stato di spaesamento: comincia a pensare chi sei, cosa vuoi nella vita, a che cosa stai facendo, a quante parole spendi per i tuoi bambini, a quanti sguardi dai a tua moglie. Perché no? Un lavoro sulla propria interiorità. Occasioni che non sono eterne, ma sono utili per fare un passo avanti nel modo di essere uomini, perché non si può essere uomini e condurre una vita a propria insaputa. È un’occasione buona per cominciare a riflettere su noi stessi.”

 

E con i bambini? Come ci comportiamo?

È pur vero che dobbiamo scegliere e selezionare le informazioni, ma i bambini necessitano di chiarezza e verità, saranno poi loro in grado di assorbirle e organizzarle dentro sé. Diamo sicurezza ai bambini e ricordiamoci che son piccoli, ma osservano, comprendono e assorbono. Un bambino, per sentirsi sicuro, ha bisogno di stare con un adulto in grado di trasmettere padronanza e coerenza: se diciamo loro di non avere paura, dobbiamo essere bravi a dare esempio. Le bugie creano confusione e paura. Facciamo capire loro che possono fidarsi di noi.

Un’ultima riflessione suggerita dal già citato Galimberti è di allontanarci dai nostri stereotipi di ipocrisia per provare a guardare questa situazione da un’altra angolazione: una volta avevamo il terrore degli africani, un terrore indotto, successivamente la colpa era dei Cinesi, invece adesso gli ammalati siamo diventati noi. Si è scatenata una sorta di guerra tra le varie regioni e gli stati stranieri non ci vogliono. Sarebbe utile che in questa circostanza si riflettesse sul fatto che adesso soffriamo per essere gli appestati(per usare un linguaggio sanitario), oppure gli estranei, i diversi. Potremmo accogliere l’insegnamento, cercando di rallentare e diradare il razzismo. Perché in Italia il razzismo c’è, e nella frase “io non sono razzista, però”, beh, in quel però si nasconde attivamente. Facciamo questa riflessione, approfittiamo delle disgrazie per crescere.”

Le conseguenze di questo periodo ci sono sconosciute, per ora possiamo solo deporre le armi del nostro controllo e gradualmente accettare la condizione. Evitiamo i conti alla rovescia, non permetteremmo a noi stessi di riprendere una routine di serenità. Cerchiamo invece di trasformare la possibilità di un disturbo post-traumatico in una crescita post-traumatica.

Ci hanno privato della libertà, ma il tempo non ce lo ruba nessuno.

“Ricorda che nella storia dell’umanità molti eventi nefasti sono già stati superati. Di a te stesso che anche questa volta sarà così.”

 

By | 2020-03-29T17:57:32+00:00 marzo 29th, 2020|Accade in città, Cultura e Eventi, Uncategorized|0 Comments

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