Intervista a Michele Durante dei Muràl

La nostra Sara Buonincontri si è fatta una chiacchierata con Michele Durante, leader della giovane band mariglianese “Muràl”.

 

 

Ciao Michele, come nasce la tua passione per la musica?

Bella domanda, in un certo senso è come se ci fosse sempre stata. I miei primi ricordi sono legati al tragitto, piuttosto lungo, che ogni mattina facevo con mio padre per arrivare a scuola ascoltando musica classica. Col passare degli anni è diventata sempre più presente, direi indispensabile.

Immagino ci sia stato un momento in cui hai capito che non ti bastava più solo ascoltarla.

Si, esatto. Probabilmente al Liceo mi sono avvicinato ancora di più a questo mondo. È stato un processo naturale: avvertivo il bisogno di una valvola di sfogo, volevo esprimermi: ho scoperto che questo è decisamente il modo migliore per me.

Sei autodidatta o stai studiando?

Inizialmente improvvisavo, non avevo idea di cosa stessi facendo (ride). Ma sai, se in origine la musica era un mezzo espressivo come un altro, si è trasformata poi in una vera e propria passione: mi sono impegnato. Ho studiato canto e da poco ho iniziato a studiare pianoforte. Strimpello anche qualcosa con la chitarra.

Come nasce la band?

La band nasce proprio durante il periodo delle superiori: probabilmente all’inizio c’era solo Diego con me, ed io non scrivevo, facevamo cover. Nel corso del tempo abbiamo cambiato più volte formazione, per poi arrivare a questo progetto, “Muràl”, che ha visto la luce da poco.

Come mai “Muràl”?

Dopo le varie scosse di assestamento, nel momento stesso in cui si è consolidato Il gruppo e abbiamo scritto il nostro primo singolo, abbiamo sentito l’esigenza di cambiarlo per darci una nuova identità. È uscito il nostro primo singolo “Habits”, ed è un po’ come se fosse stato proprio questo pezzo a scegliere il nome. Ha tante sfumature, con un richiamo particolare alla natura ed un certo dinamismo. Mi ha ricordato un dipinto di Jackson Pollock, “Mural” appunto. Noi abbiamo solo spostato l’accento (ride). Ci tengo anche a ringraziare Francesco Eurito per averci dato una nuova immagine, ci ha seguiti molto nell’ultimo periodo, curando la grafica e non solo.

Come nasce una canzone?

Partiamo da un giro di chitarra e se qualcuno trova la chiave giusta per svilupparlo, il tutto si traduce comunque in un lavoro di gruppo e lo curiamo insieme. Per quanto riguarda “Habits” è andata proprio così. Il testo l’ho scritto io: è stato facile, perché è così orecchiabile che mi ha coinvolto e da subito ho iniziato a canticchiarla senza parole. Poi ho trovato quelle giuste.

È naturale per te scrivere in inglese?

Devo confessarti che ho iniziato a scrivere in inglese perché mi vergognavo a scrivere in italiano. Ora non è più così, ma penso si presti meglio alle sonorità del gruppo, e per me è diventato naturale, scrivo spontaneamente in inglese senza pensarci.

“Habits” si inserisce in una cornice più ampia? Che progetti avete?

“Habits” ha una storia un po’ particolare, è nata per caso ed ora è un po’ il nostro biglietto da visita, l’abbiamo scelta per dare il via a questa nuova avventura. L’idea era quella di costruire un EP cimentandoci nel nostro primo lavoro in studio, ed è ancora così: vogliamo inserire il pezzo in un contesto un po’ più ampio, ma dobbiamo rifinire meglio il progetto affinché abbia una forma precisa e possa accogliere materiale in modo omogeneo.

Di cosa parla “Habits”?

Volevo raccontare una storia d’amore e poi mi sono accorto che più scrivevo e più la direzione cambiava. La canzone parla dell’incapacità di comunicare, di relazionarsi, di una profonda spaccatura che separa la protagonista dal mondo che la circonda. Il suo è un grido forte, che serve però a rompere il muro di silenzio che ha costruito intorno a sé, prima ancora di espandersi e rivolgersi agli altri. Non c’è un lieto fine. Non credo possa esserci una vera e propria risoluzione al problema, soprattutto non una che sia definitiva. Non che io sia pessimista, piuttosto non spetta a me scrivere il finale: ognuno può trovare dentro di sé il modo di rompere quel muro.

Da come ne parli sembra che tu la senta particolarmente tua. È in parte autobiografica?

Certo, parto sempre da sensazioni che sperimento e cerco di costruirci intorno una storia che diventi universale. Quando l’ho scritta probabilmente ho proiettato tra quelle note un lato di me che facevo fatica ad accettare.

Qual è il tuo rapporto con i live?

Un po’ complicato. Sono una persona estremamente autocritica e la sola consapevolezza di avere di fronte delle persone che giudicano la mia esibizione mi inibisce. Per fortuna negli anni ho limato molto questo mio tratto, imparando a vivermela meglio. Da quando abbiamo iniziato a scrivere poi, il confronto è diventato un’esigenza.

So che il pezzo è stato ascoltato anche molto all’estero. Che effetto ti fa?

Non ci aspettavamo che riuscisse a uscire fuori dalla dimensione locale, ed invece ci hanno ascoltato in Francia, in Germania. È stata una bella sorpresa, gratificante.

Vi collocate in un genere in particolare o lo trovate limitante?

Noi nel corso del tempo abbiamo suonato e scritto canzoni giocando parecchio con i suoni, in stili molto diversi tra loro. È sicuramente difficile e forse vincolante inserire il gruppo in un genere in particolare. Direi che “Habits” è sicuramente un pezzo pop, ma il gruppo lo inserirei nel bacino più ampio dell’alternative-rock.

Ho sempre paura di fare dei paragoni azzardati ma ti dico che mi avete ricordato tanto i “Nothing but Thieves”, per me è un complimento! Quali sono le tue influenze?
(Sorride) “Nothing but Thieves”?

È attualmente il mio gruppo preferito in assoluto, quindi è un bel complimento. Ognuno di noi ha influenze differenti, ma per me sicuramente loro sono stati molto presenti nell’ultimo periodo. Durante la mia adolescenza ho ascoltato tanto i Radiohead, e tra gli artisti che apprezzo di più, in ordine sparso: Led Zeppelin, Jeff Buckley, i Pixies. Sono stati dei grandi punti di riferimento.

Un artista di cui apprezzi molto la penna? Uno invece che apprezzi musicalmente?

Adoro i testi di Jeff Buckley. Affronta tematiche molto comuni, spaccati di vita quotidiana che però sa valorizzare. La sua scrittura la definirei molto descrittiva ed evocativa, crea delle immagini vivide nella mente. Mi coinvolge.
Per la musica ti direi di nuovo i Radiohead. Al di là dei suoni travolgenti utilizzano spesso delle strutture peculiari ma molto complesse: il loro ascolto richiede attenzione. Forse è proprio questo che mi piace.

Un artista sottovalutato ed uno sopravvalutato secondo te?

I “National”, non perché siano stati effettivamente sottovalutati, ma penso che per tanto tempo siano rimasti nell’ombra. Solo ultimamente sono arrivati al grande pubblico e lo meritano: hanno avuto una crescita enorme ed il loro penultimo album lo trovo spettacolare.
Un artista sopravvalutato? Ti parlo sempre di un gruppo: I “Guns and Roses”. Non vorrei sembrare presuntuoso, si tratta semplicemente di gusto personale.

Qual è la canzone che avresti voluto scrivere tu?

Come faccio a sceglierne una soltanto? Te ne dico almeno due: “Lover, you should’ve come over” di Jeff Buckley e “Father and son” di Cat Stevens. Potrei ascoltarle un milione di volte senza mai stancarmi, e piangerei ogni volta.

Cosa vorresti per il tuo futuro? Pensi che la musica resterà una passione?

Ho studiato per due anni economia aziendale ma ho capito che non era la mia strada. Ora mi sono iscritto a scienze e tecniche psicologiche e sono contento del percorso che sto facendo. La musica è una presenza necessaria e se un giorno dovessi riuscire a trasformare questa passione in un lavoro ne sarei facile naturalmente. Quello che voglio però è spaziare, lasciare più porte aperte: porterò avanti le cose parallelamente.

By | 2019-11-22T19:17:02+00:00 novembre 22nd, 2019|Accade in città|0 Comments

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