Intimità rubata: cos’è il “Revenge porn”

Di Sara Buonincontri

 

Con l’espressione “revenge porn”, italianizzata con “vendetta porno”,

si fa riferimento ad una pratica sempre più diffusa consistente nella condivisione di immagini, video, o più in generale di materiale intimo, sessuale ed esplicito senza il consenso del protagonista dello stesso.

Alcuni esperti ritengono preferibile la seguente dicitura: “abuso basato su immagini sessuali”

poiché il concetto al quale si fa riferimento comprende tanti fenomeni che si presentano con diverse modalità.

Tuttavia si continua a parlare di “revenge” (vendetta), in quanto nella maggior parte dei casi certificati i carnefici (per lo più uomini) sono proprio degli ex partner.

Questi ultimi per frustrazione o desiderio di rivalsa, diffondono, al solo scopo di diffamare e umiliare la vittima, contenuti condivisi durante la relazione (quindi in un contesto in cui si godeva di una certa intimità e fiducia reciproca). Le più vulnerabili tra le vittime, per vergogna o impotenza, hanno deciso di trasferirsi o perfino di togliersi la vita (celebre il caso di Tiziana Cantone).

Non meno importanti sono gli innumerevoli casi in cui diventa impossibile trovare lavoro, le minacce, gli episodi di stalking (se vengono anche condivisi dati personali come nome o indirizzo di residenza).

Il danno è “permanente” poiché un contenuto di qualsiasi natura, una volta caricato in rete, è praticamente impossibile da oscurare o eliminare in maniera definitiva.

 

Inoltre si innesca spesso un circolo vizioso al quale partecipano terzi, che pur non conoscendo la vittima o la fonte da cui provengono le immagini le diffondono ulteriormente, condividendole su applicazioni di messaggistica istantanea come Whatsapp, o la meno conosciuta Telegram.

 

Qui, dove è possibile conservare un certo anonimato, si possono trovare canali creati appositamente per la diffusione di questo tipo di contenuti che contano migliaia di partecipanti.

Il dato preoccupante è il seguente: si stima che un adolescente su 4, almeno una volta nella vita, abbia scambiato immagini intime con un partner.

Tra questi, uno su 7 è stato vittima di diffusione non autorizzata.

Fino a pochi mesi fa, un vergognoso vuoto normativo non prevedeva un articolo specifico a cui fare riferimento per i casi di “revenge porn” e di conseguenza i giudici avevano le mani legate.

È stato solo di recente introdotto nel codice penale l’ART. 612-ter, grazie al quale la diffusione non consensuale di immagini o video sessualmente espliciti è diventato un reato a tutti gli effetti (pena la reclusione da 1 a 6 anni e multe da 5.000 a 15.000 euro). La sanzione aumenta se l’autore del reato è partner o ex partner della vittima, se utilizza strumenti telematici o informatici, e non riguarda solo chi realizza i contenuti ma è estesa anche a chi li riceve e contribuisce alla loro diffusione. Questo rappresenta il riconoscimento formale dell’abuso e una garanzia per la tutela della parte lesa, ma anche metaforicamente l’individuazione del vero problema.

Nella società è ancora radicata infatti la convinzione che la “colpa” sia da attribuire a chi si ritrae in intimità e condivide, non di chi diffonde il materiale senza consenso. Il sexting è ancora considerato una stupida mancanza di prudenza o addirittura una malata perversione: ed ecco che riecheggia il classico e raccapricciante “te lo sei cercato”.

Condividere contenuti sessuali e intimi è invece una pratica che esisteva indubbiamente anche prima, con modalità differenti e non telematiche, e che oggi assume tratti pericolosi proprio a causa della potenza incontrollata e incontrollabile dei mezzi di cui disponiamo.

Nessuno dovrebbe mai arrogarsi il diritto di giudicare l’intimità altrui, che si condivida o meno il modo in cui si sceglie di viverla.

Va invece giudicato e anzi, condannato, l’abuso, il tradimento della fiducia da parte di chi pubblica questi contenuti infamanti. Umiliare per ferire, mediante la violazione dell’intimità, é una delle più becere forme di violenza esistenti. Il problema è che da quando è possibile farlo tramite un clic, si tende inevitabilmente a sminuire la portata del gesto.

Queste le dure parole tratte da una conferenza stampa di “intimità violata”, una campagna di sensibilizzazione:

“Il problema è culturale per due ragioni. La prima: nella maggior parte dei casi la vittima è una donna, la cui sessualità è generalmente molto più mercificata di quella di un uomo, che utilizza lo strumento della condivisione come affermazione della virilità (in molti infatti considerano questa pratica come naturale e goliardica, minimizzando le conseguenze che scatenano). La seconda ragione è invece che mentre il progresso tecnologico ci travolge stiamo tardando a costruire e promuovere un’educazione civica digitale che permetta di far rispettare i nostri valori democratici anche online.”

By | 2019-10-06T13:10:14+00:00 ottobre 6th, 2019|Cultura e Eventi|0 Comments

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