LA PEGGIO GIOVENTU’

Che l’Italia non sia un Paese per giovani – per parafrasare l’inflazionato titolo di un famoso film– ce n’eravamo già
accorti, ma il grande problema, cui nessuno sembra far caso, della cosiddetta “questione giovanile” nel nostro Paese è che le cose stentano veramente a cambiare e anzi, il vero rischio è quello di vedere la situazione aggravarsi e la tragica ipotesi di una guerra civile generazionale nel prossimo futuro non sembra più fantascienza.

Il presupposto è semplice e la Storia questa volta non può esserci d’aiuto: oggi la più grande divisione nella
distribuzione della ricchezza nel Paese è quella tra giovani e anziani, divario allargatosi negli anni della crisi, e non ci
sono esempi di una generazione che sia stata peggio di quelle che l’hanno preceduta dai tempi della Seconda Guerra
mondiale. I numeri, come sempre, aiutano a raccontare meglio le proporzioni, la radicalità e – ahinoi– l’irreversibilità del fenomeno: tra tutti i 28 paesi europei l’Italia ha il record di NEET, i giovani tra i 15 e i 24 anni che non lavorano e non studiano, uno su cinque, quasi il doppio della media europea (ESDE 2017). Per quanto riguarda il lavoro, il 35,7% dei giovani che lo cercano non riescono a trovarlo, terzi in Europa (ISTAT). Per quelli che un lavoro ce l’hanno, in media chi ha meno di 30 anni guadagna il 60% in meno di chi ne ha più di 60 (ISTAT).

Il dato più impressionante però è quello sulla ricchezza, beni, case e titoli finanziari posseduti dalle famiglie: dal 1995 al 2014 le famiglie che avevano come principale percettore di reddito una persona con meno di 34 anni hanno visto la loro ricchezza scendere del 60%, le famiglie dove il percettore aveva più di 65 anni l’hanno vista crescere del 60% (Banca d’Italia). In sintesi, se nel 1995 le famiglie anziane erano in media leggermente meno ricche di quelle più giovani, vent’anni dopo le famiglie anziane hanno a disposizione il triplo della ricchezza di quelle più giovani. L’unico cambiamento nella struttura economica della società italiana negli ultimi 20 anni quindi, non è stata né un calo dei poveri, né tantomeno grandi variazioni tra altre categorie sociali, ma solo un aumento delle disuguaglianze tra giovani e anziani, tanto che tra qualche anno per conoscere le condizioni economiche di qualcuno non si dovrà chiedere “che lavoro fai?” – fantascienza–, né il sempreverde “a chi sei figlio?”, ma basterà un più semplice “quanti anni hai?”.

Davanti a queste crescenti disparità l’Italia fa esattamente il contrario di quanto imporrebbero decenza e buon senso:
tra i paesi sviluppati, l’Italia è quello che spende la percentuale più alta di PIL in pensioni. In generale, l’intera spesa
pubblica è indirizzata ai più anziani e penalizza invece i più giovani: il 64,3% della spesa in protezione sociale è rivolta alla popolazione anziana sotto forma soprattutto di pensioni (media OCSE 53,5), la spesa per combattere la
disoccupazione vale il 5,5% della spesa sociale (media OCSE 7), la lotta all’esclusione sociale impegna appena l’1,2%
della spesa (un quinto degli altri paesi), per case popolari e abitazioni poi, sostanzialmente non si spendono soldi (il
2permille contro il 2,6% degli altri paesi). In sintesi l’Italia destina circa il 13% del PIL in spesa sociale per gli anziani e solo l’1,4 per le famiglie (OCSE).

Questo porta a conseguenze anche nella vita familiare: non si fanno più figli, quando nasce un figlio, le mamme hanno l’età più alta d’Europa (31-32 anni), i figli di laureati hanno molte più possibilità di laurearsi dei figli di chi non ha  frequentato l’Università, in assenza di un welfare pubblico si crea uno stato sociale alternativo in cui anziani e pensionati contribuiscono al mantenimento delle generazioni più giovani. Come sottolinea il presidente dell’INPS Tito Boeri “Il sistema assistenziale pubblico in questi anni ha contenuto i rischi di povertà per gli over65 penalizzando i giovani: guardando alla sola spesa non pensionistica pro capite, abbiamo che agli ultra 65enni vanno mediamente circa 1.200 euro, mentre agli under 39 meno di 500″. Inoltre, rileva Boeri “I giovani non hanno paracadute e sono così costretti a restare in famiglia, ciò riduce la mobilità e quindi la possibilità di cogliere nuove opportunità”.

Ma perché tutto questo? Perché questo sbilanciamento della spesa pubblica a favore dei più anziani, e perché dura da
tutti questi anni? Perché, nonostante le buone intenzioni in campagna elettorale di tutti i partiti, le buone intenzioni di tutti i governi, i giovani continuano a ricevere un trattamento di sfavore e a contare sempre molto poco? Banalmente, perché gli anziani sono in netta maggioranza nel Paese, e continueranno ad esserlo ancora per molto, e perché in questi anni sono riusciti a mantenere molti dei loro privilegi grazie alla protezione di sindacati e partiti, non tanto per volontà quanto per la gerontocrazia diffusa che ancora domina le scelte di questi corpi intermedi. Tra gli iscritti ai sindacati, i pensionati sono ormai la maggioranza (3 milioni nella CGIL, 51%), al punto che sono diventati sostanzialmente organizzazioni di rappresentanza dei pensionati e non dei lavoratori, influenzando i programmi e le scelte dei leader, come l’invecchiamento della popolazione e la scarsa partecipazione al voto dei più giovani spingono i partiti a cercare i voti dei più anziani, favorendoli e proteggendoli.

Un esempio? Tutti sanno che i conti pubblici italiani non godono proprio di buona salute – per usare un eufemismo– e che ogni minimo cambiamento del regime pensionistico-fiscale deve essere ben ponderato per non far saltare il sottile equilibrio che ci tiene ancora a galla, ma i sindacati e i partiti, anche quelli di governo, questo fanno finta di non saperlo – per i motivi sopracitati– e la scorsa estate, in barba alla legge Fornero, decisero di bloccare l’adeguamento automatico dell’età pensionabile all’aspettativa di vita, cresciuta. Solo l’allarme della Ragioneria dello Stato, che per rispetto istituzionale non poté dirlo più esplicitamente di un “Gli interventi legislativi diretti non tanto a sopprimere esplicitamente gli adeguamenti automatici previsti dalla normativa vigente, ma a limitarli, differirli o dilazionarli, determinerebbero comunque un sostanziale indebolimento della complessiva strumentazioni del sistema pensionistico italiano volta a contrastare gli effetti dell’invecchiamento della popolazione” che tradotto dal politichese suonerebbe come un “Se andate avanti, l’Italia fallisce”, riuscì a bloccare tutto, e giù di polemiche da parte dei sindacati e dei partiti.

E le giovani generazioni restano così bloccate in questo paradosso della ricerca di uno spazio vitale in un mondo del lavoro, già congestionato dagli anziani, dove l’età pensionabile non può abbassarsi o frenare.

Pensando a quest’episodio mi è venuta in mente una scena del capolavoro di M. T. Giordana “La meglio gioventù” –
storia di una famiglia italiana attraverso mezzo secolo, dal dopoguerra ai giorni nostri (2003)– ambientata negli anni
’70, anni in cui il gap generazionale era molto simile a quello di oggi, dove chi c’era prima, raggiunti ruoli apicali nella società, nel mondo del lavoro, dell’Università, della politica, faceva fatica a lasciare posto a chi veniva dopo e –
giustamente– reclamava il proprio spazio.

Quelli, però, erano i giovani delle grandi proteste e delle lotte studentesche, i giovani che parlavano di “Rivoluzione”, visti dall’opinione pubblica come quelli che stavano, nella ragione, combattendo una guerra generazionale alla quale nessuno aveva chiesto di iscriversi, ma in cui vi si erano ritrovati, e probabilmente per questo, la stessa gerontocratica classe dirigente, “i dinosauri” come li chiama il Professore della scena, li riconoscevano come attori sociali, a loro contrapposti, ma esistenti, vivi, consapevoli che qualcosa doveva cambiare, consapevoli di trovarsi di fronte alla “meglio gioventù”.

Oggi, invece, il problema della questione generazionale è ancora, praticamente, ignorato da più parti: dai mass media, sempre più schiacciati sull’attualità, dall’opinione pubblica, vittima dell’informazione e dalla classe dirigente del Paese, che quando va bene, definisce i giovani “choosy” e “bamboccioni”. E la mia generazione sta così, incastrata in questo presente, come fantasma, bloccata da un passato che non può più e un futuro che non può ancora, persa, senza certezze a cui aggrapparsi per programmare un domani, in questa peggio gioventù.

 

By | 2018-02-02T13:25:30+00:00 gennaio 22nd, 2018|Visto da voi|0 Comments

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