MEMORIE DI TUFO

Urlano storie quelle pietre, da anni, tanti.

Rimbalzano tra quelle mura e alle mie orecchie, gli strilli, le risate, le corse, le lacrime dei  primi anni di asilo. Chiuso tra alte mura che non fermavano il sole, il cortile era un abbraccio di libertà. Un grande spazio dove giocare in mezzo alle case; lo giravamo tutto, aveva mille segreti, vicino al tabernacolo infondo, sotto dei sassi c’era una vera e propria tribù di millepiedi. Per il resto, cioè tutto, era un enorme superficie chiara, liscia e uniforme. Si accedeva dai gradini del largo corridoio appena dopo l’atrio d’entrata. Il grande spazio del cortile continuava anche tra le spesse mura, attraverso archi porte e finestroni si fondeva col resto del vicolo. Quando dal portone aperto sul vicolo laterale vedevi passare Rosetta, la mamma di Gennaro, oppure Gianna che tornava dal macellaio, era come stare alla finestra di casa.

Mangiavamo giù, al piano terra, ma l’odore della “pasta re surdat” o il tubettone, saliva per quella scala stretta fino al primo piano dove iniziavano a metterci in fila per scendere. La sala era maestosa agli occhi di un bambino, alta e luminosa, archi e finestre sopra le teste, seduti ignari sopra un altro millennio di storia. In alcuni lavori di restauro sono state rinvenute delle mura di una antica cucina, proprio sotto i nostri piedi. Credo di epoca medievale, ma non saprei dire con esattezza, la mia fonte è solo orale ed io non sono un esperto.

Uno scrigno di segreti, accumulati nel tempo, nel cuore dei vicoli e nel nostro.

Luigi, mi sembra di ricordare, fosse il suo nome. Viso paffuto interrotto e chiuso da una frangetta liscia e netta sulla fronte, condivideva con me il segreto dei millepiedi vicino al tabernacolo, fino al giorno in cui non ci passammo mai più vicino. Con un formicolio nuovo e sconosciuto che dalle gambe saliva fino al cuore, lanciammo una manciata di millepiedi e la nostra sfida all’autorità: la veste nera di Suor Domenica. Indiscussa autorità del complesso in quegli anni. Sorella del sindaco, figura austera e imponente, il cui prominente neo sulla guancia destra bastava ad incutere il dovuto terrore in ogni infante. Ci afferrò le mani, e con l’ago che aveva appuntato sul pettorale dell’abito ci restituì la meritata pena, prima di affidare le nostre lacrime alle amorevoli cure di Suor Crocifissa. Tra quelle mura imparavo a ridere e piangere.

Poche centinaia di metri correvano dalla mia casa di allora all’asilo, ed ancora stento a credere come potevo recarmi da solo, a piedi fino a lì. In realtà, non facevo in tempo a lasciare l’abbraccio di mia madre, affacciata al balcone, che la suora sulla porta ci invitava ad entrare. Lungo il tragitto non si era mai soli. Dalle botteghe lungo i vicoli, mi accompagnavano gli occhi di Maria a’ long che sistemava le cassette di frutta e poi il sorriso del rigattiere, papà di Vincenzo, fino all’altro incrocio dove il martello del fabbro segnava il mio passo.

Recuperare quel luogo significa ridare dignità e memoria all’identità di un popolo ed ai suoi sentimenti.

Un luogo d’amore e di storie, felici e struggenti, scritte nella pietra come il ricordo dei genitori a Marzio Mastrilli “avventuroso fanciullo, leggiero di anni e di dolori” che la leggenda narra annegato nel laghetto del Castello. Il suo ricordo rinasce ogni volta che lo sguardo si posa sulla sua lapide nella chiesetta dei morti, ora soggetta a lavori di restauro e presto si spera, restituita alla città.

Maestosa costruzione di tufo impone la sua presenza tra le altre case, non superba ma fiera, fatta di una pietra che nasce dal fuoco del magma ma si lascia accarezzare restituendo l’impronta di un contatto. Con noi stessi e con le nostre vite.

By | 2018-03-20T10:30:34+00:00 marzo 20th, 2018|Storie|0 Comments

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