SEMPRE CHE L’UOMO PENSA, EI DESIDERA

 

Riflessioni per il nuovo anno

 

“Meglio esser felici” così si intitolava l’ultima conferenza che il sociologo polacco Bauman tenne in Italia. La felicità promessa del progresso moderno è associata a un’esistenza priva di turbamenti, di inciampi, di sofferenze, assenza totale di sforzo. Desiderio asfissiante della società è la spasmodica ricerca della felicità o di tutti i sinonimi, spesso fittizi, che se ne danno. Ma siamo proprio sicuri che questa condizione a-patica sia la felicità?

Cos’è la felicità?

Una domanda tanto arguta quanto banale, un concetto troppo vasto da poter rientrare in un valore assolutizzante. Bisognerebbe soffermare l’attenzione su un passo squisitamente profetico dello Zibaldone, dove Leopardi proiettava magistralmente la decadenza sociale dell’avvenire:

“L’uomo perfettamente moderno non proverà quasi mai passione o sentimento […] tutte le sue passioni si conterranno per cosí dire nella mediocrità del suo animo, vale a dire che non lo commuoveranno se non mediocremente. L’uomo si affievolirà e intorpidirà subendo l’esperienza del mondo, in maniera tale che la massima parte della sua vita si passerà nell’indifferenza e conseguentemente nella noia.”

A distanza di duecento anni queste parole hanno un’eco apocalittico. Quell’uomo descritto dal genio di Recanati sembra essere l’uomo dei nostri giorni. Oggi il virus sociale che ha colpito l’era contemporanea è la solitudine che nutre la noia e l’indifferenza dell’attualità. Il mercato consumistico produce clienti insoddisfatti tenuti al guinzaglio dalla promessa di un futuro sereno che elimini disagi e svantaggi. Eppure cosa sarebbe la vita senza il cospicuo numero di problemi da affrontare quotidianamente? Sarebbe noia, stasi, stato ferino. L’uomo moderno è sempre “altrove” poche volte è con “se stesso”, è sciolto  ed ha un cattivo dialogo con se stesso e non sempre l’indice di questa inferenza è la povertà. Una statistica del 2016 ci informa che in Svezia, dove c’è un indice di richezza tra i più alti d’Europa, ben il 40% della popolazione è affetto da “solitudine” ed il 28% vive in uno stato depressivo senza nemmeno riconoscerselo.

L’essere umano si differenzia dall’animale perché è capace di immaginare, di soffrire , di ricercare, di progettare; in altre parole di pensare.
Questa è l’esigenza necessaria per “ritornare a respirare”.

Il verbo esistere è costituito dalla radice latina – Ex (fuori)- sistere (stare), ovvero fuoriuscire dallo stato dell’immobilismo, stare fuori, avere un interesse, condividere una passione, dialogare con la circostanza topica e sociale che ci delimita.

La bioetica e la sociologia moderna prevedono che fra vent’anni si avvertirà il bisogno di nuovo “Umanesimo”, di una nuova centralità dell’uomo.

Prima che la “tecnica” e la “tecnologia” ci affossino definitivamente, abbiamo la responsabilità di pensare. Pensare è appunto desiderare, pesare,  e-sistere,  differenziare e riportare l’uomo alla sua  vera natura e non a quella “animalesca” a cui si è ridotto. Perché il desiderio del singolo può giovare  non solo a se stesso , ma ad una comunità di singoli. Riaccendere l’antico fuoco della ricerca, ritrovare i punti cardini su cui investire risorse umane. Se si riesce a ricostruire questo sostrato sociale, possono ripartire anche i grandi sistemi culturali (Politica, Economia,Diritto).

 

Giambattista Vico diceva:

“Il pensiero emozionale è la vera natura dell’uomo.”

By | 2018-01-30T19:59:51+00:00 gennaio 22nd, 2018|Cultura e Eventi|0 Comments

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