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Di  ADOLFO  STELLATO

 

I giorni che ci lasciamo alle spalle sono giorni di grande confusione e spaesamento, di dichiarazioni e di smentite, di opinioni completamente discordanti su uno stesso argomento.

Sono giorni molto difficili per l’Italia, giorni in cui verrà deciso il futuro di intere generazioni, in cui diventano di dominio pubblico termini inusuali e conosciuti solo dai più esperti,

come ‘def’, ‘spread’.

Occorre, dunque, fare chiarezza sulla situazione, in modo da rendere i cittadini partecipi e consci delle misure che il governo ha intenzione di adottare e che  potrebbero portare (salve decisioni improvvise) ad uno scontro aperto con l’Europa.

Questa manovra appare incompleta e insufficiente, non certo per il deficit che si va a creare:

il problema non è il 2,4 o il 2,9, piuttosto come questi soldi, che il governo chiederà in deficit, verranno investiti.

Alla base, innanzitutto, si verifica una certa sfiducia da parte della commissione europea nei confronti dei rappresentanti del governo italiano, in particolare del ministro Tria, il quale in alcune dichiarazioni aveva affermato che la manovra non avrebbe superato l’1,6%, per poi spostarsi repentinamente al 2,4.

Molte delle istanze sollevate nel documento, sono veritiere e condivisibili, ma è il modo di affrontarle ad essere opinabile e giustamente criticabile dall’opinione pubblica e dalle opposizioni.

E’ cosa ben nota che una questione che da tempo attanaglia il nostro paese è l’evasione fiscale (si calcola una percentuale altissima) e certamente il condono fiscale non agevola la risoluzione del problema, soprattutto per una ragione educativa di numeri in sé:

possiamo prendere come esempio le cartelle che verranno stracciate dal 2000 al 2010; sicuramente una piccolissima parte di quelle cifre sarebbe stata recuperabile, ma il gesto che lo Stato compie eliminando i contenziosi, spingerà chi ha evaso a continuare a non pagare e chi ha pagato a porsi l’interrogativo in futuro.

L’evasione, in molti casi, è un atteggiamento delle grandi aziende, in particolare quelle del nord, territorio leghista, e dei ricchi che nella maggior parte dei casi affermano di non voler cedere parte dei propri sudati guadagni allo stato.

Questa concezione non la si combatte né abbassando le imposte né condonandole.

Potrebbe servire, invece, una riforma finanziaria e della fiscalità che semplifichi il tutto e cominci a monitorare tramite piattaforme tecnologiche lo spostamento del denaro, riducendo anche maggiormente l’uso del denaro liquido.

Un altro grande problema,che viene fuori dalla manovra e che percuote tutto il nostro paese è:

la povertà.

L’assenza di lavoro e la crescita delle disuguaglianze sociali è in forte crescita.

E’ questo un tema che i governi precedenti non sono riusciti ad affrontare, per questo infatti hanno perso le elezioni.

Il reddito di cittadinanza certamente non può essere una risposta esaustiva a questo problema ma nel momento in cui l’Italia conta 5 milioni di poveri assoluti e altri 4 a rischio povertà, è un tentativo, in linea di principio, non del tutto inesatto.

Il problema è che non si può finanziare questo determinato reddito in deficit, cioè chiedendo a qualcuno soldi che poi dovrai restituire, e che sempre i suddetti poveri dovranno restituire. In un momento storicamente difficile come questo si sarebbe potuto alzare il livello di pressione fiscale sui ricchi, abbassando le tasse ai poveri, senza elargire denaro a persone che potrebbero lavorare anche in nero.

Il reddito di cittadinanza sarà importante sperimentarlo se non subito, più tardi, all’interno di un discorso più ampio a cui ci sta portando la globalizzazione e il capitalismo selvaggio che governa l’Europa in questi anni.

Tra 20 anni, probabilmente, tutti faremo lavori di cui oggi non si conosce nemmeno l’esistenza e ci si dovrà porre il problema del destino di coloro che lavorano manualmente e che sicuramente saranno esclusi dal mondo lavorativo.

Questo è un interrogativo fondamentale a cui una sinistra di governo deve rispondere.

In questo dunque si denota anche l’assenza di una classe dirigente forte del Pd, che non ha fatto nulla per cercare di far uscire la vera identità dei 5 stelle e le contraddizioni con la Lega.

Punto critico, però, del reddito di cittadinanza è il non creare lavoro.

Per tentare di incrementare le offerte di lavoro e  fare concorrenza ai Paesi più avanzati di noi bisogna provvedere a investimenti pubblici e privati, investire nella ricerca, nella scuola e nelle università, ed attuare sgravi fiscali sulle imprese.

Di queste argomentazioni, all’interno della manovra, si parla poco e male.

Concedere, infatti, soldi a destra e a manca, come fatto già dal governo Renzi, non ha dato risultati e crescita al paese, dal momento che siamo sì cresciuti ma perché spinti da una crescita generale dell’intera eurozona.

Per quanto riguarda la riforma delle pensioni la differenza con quanto è stato promesso in campagna elettorale è lampante, ma il dato che più ci deve far preoccupare è l’anticipato ritiro  dei cittadini dal lavoro, rischiando di togliere la pensione alle generazioni future.

Certamente la legge Fornero, siglata in un momento storico difficile per il Paese, va ritoccata ma soprattutto bisogna continuare a rendere più flessibile la legge, processo già avviato dai governi precedenti.

L’Unione Europea, in tutto ciò, ha bocciato la manovra ed ha dato il via ad una procedura di infrazione che potrebbe portare nel medio-breve periodo a sanzioni che graveranno sui cittadini.

Durante questo scontro, in cui l’Italia sarà isolata anche da parte degli alleati sovranisti del ministro Salvini, la sinistra non deve ricadere nello stesso errore, compiuto in campagna elettorale, cioè difendere l’Europa a spada tratta.

La sinistra deve sognare e lavorare ad un’Europa diversa, solidale tra gli Stati, dove nessuno la faccia da padrone e che sappia mettere in campo politiche diverse da quelle di austerity e neoliberiste, che hanno contraddistinto l’Ue negli ultimi anni.

Bisogna avvicinarsi a politiche di investimento che sappiamo rilanciare il futuro dell’Europa per far sì che quest’ultima possa restare all’altezza delle grandi forze mondiali come America, Cina, Russia e India che oggi tifano per la distruzione dell’Europa.

Insomma chiedere un’Europa diversa per salvare l’Europa stessa è questa la nuova sfida del PD che dovrà mettere in campo alle elezioni europee.

By | 2018-11-24T12:55:20+00:00 novembre 24th, 2018|Cultura e Eventi, In primo piano|0 Comments

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