UNA VITA DI CORSA

Di Andrea Ambrosino

Erano passate le otto di sera. Adoravo il venerdì, perché era l’unico giorno della settimana in cui il mio turno in portineria terminava prima che la notte fosse fonda. Tornai a casa e, come ogni venerdì sera, trovai la mia famiglia a tavola ad aspettarmi per la cena. Cominciammo a mangiare e ad esporci l’un l’altro il resoconto della settimana, ognuno il proprio; chiacchiere sì disinteressate, ma che nella loro sinteticità onoravano l’unicità del raccoglimento settimanale.

Mia moglie mi raccontava la sua giornata di onesta casalinga indaffarata, mentre i miei figli provavano a spiegarmi i loro progetti lavorativi. Il maggiore si era appena laureato in ingegneria e voleva andare all’estero a farsi le ossa; la minore si stava laureando in filosofia e voleva scrivere un saggio sul pragmatismo di James.

Una volta conclusa la cena e le annesse discussioni, come ogni venerdì sera, indugiai un po’ prima di andare a letto, così da concedermi il tempo e il lusso di assaporare la calma della fine di una settimana, prima che le successive albe violentassero quell’insincera tranquillità; poi mi distesi. Mi addormentai subito. La notte era lenta e io mi sentivo pesante, come avvolto da una coperta troppo spessa. Il sonno sembrava quasi non volersi saziare e il tempo non voler passare, fin quando, forse giorni dopo, mi svegliai.

Rinvenni in una piccola stanzetta che si sviluppava intorno a me. Ero disteso su di un gelido pavimento e le mura mi sfioravano le piante dei piedi, la parte superiore del capo e le spalle, allontanandosi di qualche centimetro dal naso. Era tremendamente buio, come se le palpebre non avessero avuto la buona educazione di sollevarsi, come se volessero ch’io restassi ignorante. Ebbi paura. Cominciai a dimenarmi all’interno di quelle sei mura per liberarmi, o quantomeno per attirare l’attenzione di chiunque potesse darmi aiuto, ma mi stancai presto e, di lì a poco, non mi

sentii più padrone del mio corpo. Cominciai ad essere sballottato a destra e a manca fin quando non mi ristabilizzai nuovamente. Confuso. Storpio. Abbattuto. Immiserito.

Cercai di darmi spiegazioni adoperando ogni briciola di razionalità e, una volta consumata inutilmente tutta, feci lo stesso con la fantasia. Fu così che, ben presto, dovetti realizzare che quell’oscurità che m’inchiodava non era nelle mie palpebre, ma nella mancanza di luce; e che quella in cui mi trovavo non era una stanza, ma una bara.

Il malore che mi aveva colto qualche notte prima aveva avuto la meglio e, d’un tratto, non avevo più il tempo di posticipare i miei vecchi sogni. D’un tratto non potei più rimandare, non potei più rimediare.

È forse tutto finalizzato a questo? Il sangue, il sudore e i sentimenti, e poi solo il ricordo.

Sembra paradossale che tutto il caos della vita termini nella tranquillità del nulla, quasi fosse un premio: il meritato riposo dopo una lotta contro il tempo. Una vita da fuggitivo.

Non mi ero mai sentito vicino alla morte, eppure erano sessantacinque anni che mi aspettava, sessantacinque anni che le sfuggivo: moribondo dalla nascita, una vita di corsa. Mai un colpo di tosse, mai una convalescenza; eppure dovevo essere malato da tempo, forse terminale; anche se, in fondo, non siamo tutti terminali?

Sembra squallido a dirsi, ma mi ci rassegnai subito; non perché non mi mancasse la mia vita, anzi, ma quando si è a tre metri sotto terra si hanno poche armi per ammazzare il tempo, e di certo il diniego non aiuta.

Provai a godermi il riposo fin quando la cassa non fu pervasa da un lieve frastuono e non cominciò ad imbarcare acqua. Fu nuovamente il panico. Cominciai a domandarmi se fossi cosciente, se stessi sognando, se fossi morto davvero; e anche se non lo fossi stato fino a quel momento, l’acqua che mi stava sommergendo avrebbe scrupolosamente provveduto. Non riuscii a trovare risposte né tantomeno soluzioni e, in poco tempo, fui sommerso completamente. Venni privato anche del respiro, ma non ne avevo più bisogno. Non avevo più bisogno di niente.

Restai lì per non so quanto tempo, forse mesi. Cominciai anche ad abituarmi a quello stato, riconoscendogli quella tranquillità che in vita m’ero sempre fatto mancare; poi la sponda adiacente al capo si aprì. L’acqua cominciò ad uscire impetuosa e, una volta uscita tutta, un uomo mi prese per la testa e mi salvò tirandomi fuori da quell’angusto spazio. Mi feci tanto male da piangere. Mi porse tra le braccia di una giovane donna che aveva il profumo più buono che avessi mai sentito e, una volta tra queste braccia, sentii l’uomo sussurrarle fieramente parole commosse: ‘’Complimenti, è un maschio.’’

By | 2018-02-07T15:20:42+00:00 febbraio 7th, 2018|Visto da voi|0 Comments

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